4 novembre 2014: la data della svolta. Più controlli sull’olio d’oliva di importazione per difendere quello italiano

4 novembre 2014: la data della svolta. Più controlli sull’olio d’oliva di importazione per difendere quello italiano

Scritto da il 11 Nov, 2014 in News | 0 commenti

novembre 2014: una data famosa nel calendario della storia nazionale rischia di essere ricordata anche come l’inizio di una nuova vita dell’olio d’oliva nazionale.

Convocati, come tutti gli anni, al solito incontro in via Quintino Sella 42 (sede dell’Ispettorato per la repressione delle frodi nell’agroalimentare) per una consultazione delle associazioni di categoria del comparto al fine di “recepire le esigenze di controllo afferenti al settore oleario”, come recita la lettera di convocazione del Capo dell’Ispettorato Stefano Vaccari, ci siamo trovati di fronte un nuovo Direttore generale, il signor Oreste Gerini che, tanto per non lasciare dubbi ai convenuti, ha, in estrema sintesi, detto che :

1. la produzione olearia del nostro Paese è in stato di crisi,

2. è prevedibile un volume dell’importazione di olio comunitario ed extracomunitario pari a un milione di tonnellate,

3. il prezzo dell’olio italiano mediamente si attesterà intorno ai 10 euro al litro,

4. il rilevante valore commerciale dell’extravergine italiano e il differenziale di prezzo con l’olio d’importazione potrebbe generare nuovi fenomeni fraudolenti,

5. a tutela della qualità del prodotto nazionale l’attività degli ispettori sarà orientata prevalentemente nel controllo dell’olio di importazione.

Un linguaggio chiaro e onesto per rivendicare, sulla base di dati incontrovertibili e di successi nell’azione di contrasto delle frodi, una consolidata esperienza nell’attività di tutela della qualità e di controllo delle importazioni. In particolare nei porti.

Dalla discussione è emersa con evidenza la consapevolezza di tutti gli attori della filiera che la crisi che stiamo vivendo non è un incidente stagionale. Forse è venuto il momento di farci un bell’esame di coscienza, partendo dalla realtà dei fatti. A cominciare dall’attuale campagna olearia, certamente anomala, ma che, dopo 10 anni di progressiva decrescita della produzione (da 800.000 tonnellate nel 2004 alle 300.000 del 2013), mostra tutti i segni di un vero e proprio declino dell’olivicoltura, risultato di diversi fattori, oltre che politici e progettuali, anche agronomici e imprenditoriali, che mettono in evidenza scarsa attenzione degli agricoltori nella cura degli oliveti e/o sfiducia nella redditività nella produzione olivicola. E forse non solo questo!

Come è potuto accadere? Come è mai possibile che un prodotto che da sempre è tra i più venduti nel nostro Paese e che poteva contare su una consolidata capacità di produzione sia stato anno dopo anno dismesso, abbandonato, lasciando che paesi concorrenti ci rendessero subalterni e dipendenti.? Come è potuto succedere che da paese produttore ed esportatore di olio d’oliva siamo diventati il mercato di importazione per eccellenza? Siamo passati dall’”aiuto al consumo”, un contributo dell’Europa di mille lire per ogni litro d’olio confezionato e venduto (ovvero aiuto agli imbottigliatori), all’”aiuto alla produzione”, che in poco tempo diventò la fabbrica dell’ ”olio di carta” dei modelli F (sotto il nome “aiuto alla produzione”), al finanziamento diretto alle imprese agricole, dando tutto il 100% in disaccoppiato, favorendo l’atomizzazione ed il singolarismo degli agricoltori. Alla fine di questo stravagante percorso ci ritroviamo ad aver ridotto ai minimi termini la produzione di olio italiano mentre i consumatori chiedono e consumano sempre più olio. La domanda nasce spontanea: “perché nessuno, a Roma o a Bruxelles, ha pensato che era necessario, utile e conveniente fare investimenti in nuovi impianti arborei e nell’ammodernamento tecnologico dei frantoi oleari, unire cioè produzione di materia prima e capacità di produzione in modo di mettere sul mercato tanto olio quanto i consumatori ne chiedono?”

Oggi non è difficile rilevare la fragilità e l’insufficienza del nostro sistema produttivo: non è solo un problema di clima e di mosca olearia se quest’anno la nostra produzione non arriverà nemmeno a 200.000 tonnellate, di cui la metà lampante.

Perché le organizzazioni agricole non hanno proposto un Piano olivicolo nazionale. Perché hanno coperto lo spreco delle risorse e un sistema di omertà che ha governato per anni l’intero comparto. Perché le imprese artigiane olearie che hanno le loro etichette sugli scaffali non sono state capaci di fare squadra e di rivendicare il loro ruolo di produttori? La critica non può investire soltanto le non-scelte di governo, ma riguarda anche i produttori, agricoltori e frantoiani, e le loro organizzazioni.

Le imprese agricole e frantoiane, che oggi piangono lacrime amare al capezzale dell’olio italiano, dov’erano quando si truccavano i dati della produzione per pompare più soldi dalle casse pubbliche? Come minimo è necessario alzare lo sguardo dal proprio orticello o dalle gramole e guardare fuori. Manca nella maggior parte del settore oleario un nuovo modo di vedere le cose, la capacità di stare insieme, una moderna cultura d’impresa, una vera preparazione tecnica, ma anche economica, scientifica, mercantile e gestionale, come ad esempio richiede la legge per quanti vorranno essere riconosciuti dallo Stato Mastri oleari e iscritti all’albo professionale.

Spesso invece si trovano poche idee e ben confuse, obiettivi cangianti (come il colore delle olive), che oggi vanno in una direzione, domani in un’altra, dove ci porta non il manuale del frantoiano, bensì quello dell’arte di arrangiarsi. Manca la capacità e l’interesse a stare insieme, anche quando qualcuno si prende la briga di creare associazioni o promuovere consorzi che possano superare l’estremo “singolarismo” proprio del mondo dell’olio. Basterebbe lasciare che i propri figli applichino ciò che hanno appreso negli atenei italiani ed esteri e magari lasciarli pure un po’ sbagliare, ma da soli, invece le redini delle aziende sono saldamente in mano a degli arzilli ottuagenari, che applicano il solo modello che conoscono, ma che purtroppo è largamente anacronistico. Basti pensare la resistenza che hanno mostrato verso uno dei “regali più belli” che, una volta tanto, l’amministrazione pubblica ci ha fatto: il sistema SIAN. Ovvero un sistema di gestione gratuito delle produzioni e delle movimentazioni del prodotto all’interno dell’azienda, in modo da poter determinare in ogni minuto i costi di produzione (controllo di gestione) ed i margini (ebit, mon), giusto per sapere se si lavora per guadagnare o per mantenere le banche! Il vecchio modello, primi Novecento per intendersi, vede nel SIAN un sistema occulto che ci controlla e poi ci tassa e non ci permette di poter vendere qualche tanica d’olio ai nostri amici, e agli amici degli amici, senza alcuna documentazione di tracciamento e soprattutto senza scontrino o fattura, perché agli amici queste cose non si fanno.

La cartina di tornasole di queste “brutte abitudini” è certamente un dato: su un totale di 260.340 tonnellate di olio da olive prodotto nel 2013, solo 158.066 sono regolarmente classificate, mentre 102.274 non sono per nulla classificate, e ciò la dice lunga sulla fiducia posta dai produttori nel sistema di registrazione SIAN.

Nel tempo sono stati persi molti treni, più o meno importanti, ma alcuni sono stati fondamentali, dalla ristrutturazione degli impianti arborei alla perdita di rappresentatività dello Stato italiano a livello internazionale o la mancanza di progettualità e di organizzazioni comuni per un approccio più sistematico al mercato. Così siamo arrivati al punto che gli impianti stanno scomparendo a causa di un indebolimento verso le malattie oppure zone di produzione abbandonate poiché non è possibile estrarre un reddito accettabile visti i costi di produzione elevatissimi. E’ necessario e urgente uscire dal vicolo cieco in cui ci siamo cacciati anche se continuiamo a sbagliare come dimostra quella vecchia pratica clientelare che ci porta, ancora una volta, a sprecare risorse pubbliche in operazioni tipo Olio Dante, mentre la globalizzazione mette in gioco attori di dimensioni planetarie che con un marchio a Lucca e gli uffici a Shanghai sono in grado di dettare legge sul mercato dell’olio-gadget. È arrivato, anche per la nostra industria di confezionamento e per gli operatori della grande distribuzione, il tempo di fare un esame di coscienza se non vogliono condannare il comparto oleario nazionale a fare la fine dell’industria del tessile.

A luglio 75 parlamentari hanno messo la loro firma su una mozione che di fronte al declino dell’olivicoltura italiana, impegna il Governo: “ad intraprendere le opportune iniziative…seguendo un procedimento operativo, normativo e amministrativo, analogo a quello attuato ai sensi della legge 2 dicembre 1998, n. 423…da associare all’istituzione di un fondo di rotazione per gli investimenti, il cui importo sia non inferiore a 90 milioni di euro”.

Meglio tardi che mai, recita un antico detto popolare. È ormai chiaro a tutti che per l’agroalimentare italiano la carta vincente è tipicità e qualità, e che questo risultato lo possiamo ottenere soltanto sostenendo quel sistema delle imprese artigiane che il cibo lo producono in modo sano e sicuro perché possono garantire al consumatore capacità di produzione e controllo della intera filiera. Vale per il cibo, vale ancora di più per l’olio dalle olive buono, sano e nutriente.

Per raggiungere questo obiettivo tocca innanzitutto agli agricoltori e ai frantoiani cambiare cultura professionale, innovare l’impresa, rispettare il patto della qualità e della trasparenza con i consumatori, rinnovare l’associazionismo abbattendo steccati e superando confini tracciati nel tempo al solo scopo di prendersi un pezzo della torta. E tocca alle imprese che confezionano un milione di tonnellate di olio comunitario ed extracomunitario cambiare le loro strategie commerciali sapendo che sul terreno del basso-prezzo i cinesi sono imbattibili e che non è più tempo di seguire la GDO sul terreno delle promozioni a go-go.

Forse, come accadde per il vino italiano con il metanolo, siamo alla vigilia di una vera rivoluzione nel settore dell’olio. Dobbiamo fare la nostra parte, costruire intorno ad un progetto di nuova olivicoltura nuove alleanze, coltivando la speranza e l’augurio che qualcuno a Palazzo Chigi, a via XX Settembre o altrove si accorga delle “puttanate” e degli errori che abbiamo fatto e ci metta mano.

Come sembra vogliono fare a via Quintino Sella 42.

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