Olio extravergine contraffatto: un test al “Dna” svela la frode

Olio extravergine contraffatto: un test al “Dna” svela la frode

Scritto da il 9 Set, 2014 in News | 0 commenti

Sviluppata dal Politecnico di Zurigo la tecnica consiste nell’etichettare il prodotto dall’interno. Applicazione possibile anche nel campo delle materie prime e per i furti di carburante
 
 

Pochi grammi per etichettare l’intera produzione italiana di olio extravergine d’oliva. Un codice a barre, composto da Dna, che addizionato al prodotto permetterà di tracciarne l’origine e le eventuali contraffazioni. E’ questa la tecnica sviluppata dai ricercatori del dipartimento di Chimica e Bioscienze applicate dell’ETH di Zurigo, un innovativo metodo a basso costo che potrebbe mettere presto al tappeto il mercato degli alimenti “taroccati”, vera e propria piaga per il “Made in Italy”.

Il racconto del New York Times

Uno dei prodotti maggiormente soggetto alla contraffazione è l’olio d’oliva italiano. Nei primi mesi dell’anno il New York Times ha pubblicato un servizio dal titolo “Suicidio dell’extravergine”, un contestato servizio in cui si raccontano le procedure di contraffazione e si snocciolano numeri che poco lasciano spazio alle interpretazioni: secondo il quotidiano statunitense il 69% delle bottiglie importate non supererebbe gli standard che consentono ad un olio d’oliva di essere considerato extravergine.

 

Le contraffazioni

Diverse sono le tecniche utilizzate per “adulterare” il prodotto. Una consiste nel “tagliare” il vero extravergine con un olio di qualità e costo nettamente inferiore proveniente da altri Paesi. Una procedura, in sé consentita, a patto che venga riportata in etichetta l’origine delle materie prime. Ciò che invece non è legalmente consentito è spacciare per extravergine un olio tagliato con materie che nulla hanno a che fare con le olive. E’ il caso dell’addizione con olii ottenuti dalla soia, beta-carotene e clorofilla, espedienti per mascherare colore e sapore del prodotto. Ecco perché, sviluppare tecniche veloci e a basso costo per monitorare la bontà dei prodotti, è oggi più che mai necessario per salvaguardare i produttori che lavorano secondo le regole.

 

Come funziona la tecnica

Come spiega la dottoressa Michela Puddu dell’ETH di Zurigo, principale autrice della ricerca, «L’idea di fondo consiste nello sfruttare il Dna utilizzandolo come un vero e proprio codice identificativo a barre». Tecnicamente si tratta di inserire all’interno dell’olio -al momento dello stoccaggio- piccolissime quantità di Dna, la cui sequenza deve essere nota e decisa a priori, incapsulato in microsfere. Una sorta di “tag” identificativa del prodotto. «La metodica, unica nel suo genere, ha la particolarità di essere sia qualitativa sia quantitativa. Da un lato, analizzando la “targa” a Dna, è possibile sapere se l’olio in questione è effettivamente quello dichiarato. Dall’altro, se la concentrazione di nanoparticelle non corrisponde al valore originale, significa che probabilmente all’olio è stato addizionata qualche altra sostanza» prosegue l’esperta. Il tutto avviene sottoponendo il campione a un campo magnetico utile a separare le microsfere. Isolate dal prodotto, con un semplice apparato per analizzare il materiale, è possibile risalire alla sequenza di Dna. La tecnica, secondo quanto dichiarano gli esperti, avrebbe un costo di “etichettatura” di circa 0,02 centesimi per litro.

 

Convincere il consumatore

Ma saranno d’accordo i consumatori ad utilizzare prodotti addizionati con particelle contenenti Dna? La risposta di uno dei responsabili della ricerca, il professor Robert Grass, lascia poco spazio alle interpretazioni: «La tecnologia sarà fruibile se i potenziali rischi saranno nettamente inferiori ai benefici. Particelle come quelle da noi utilizzate e molti altri additivi sono una costante nel cibo».

Non solo frodi sull’extravergine

Gli studi dei ricercatori svizzeri si sono per ora concentrati sull’olio di oliva. Ciò non significa che saranno ad altri prodotti. «In teoria la tecnica potrebbe essere sfruttata anche per molte materie prime al di fuori del settore alimentare. Un esempio? Attraverso questo approccio sarà possibile smascherare furti e manomissioni di carburante, un fenomeno oggi in costante crescita» conclude la Puddu.

 

Fonte : La stampa

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